lunedì 21 novembre 2011

l'altro Altrove_9

martedì, 11 marzo 2008


George Birrell, Castle Composition

Di nuova musica e di libri di poesia,
di aria fresca e di rumori
della sera che scende sulle strade
ho bisogno,
di castelli,
di un cambio dinamico del ritmo e
di una diversa stagione,
e di vedere forte la mia identità
diramarsi e seminare...

lunedì, 10 marzo 2008

Sciogliere il nodo e colarne il liquido,
stillare via il veleno prima di lanciare i dadi
e scoprire che si tratta solo di comprendere i meccanismi,
di mettere in fila le immagini e tenere a mente la sequenza
che le definisce e le qualifica,
e che l'andare del tempo è fatto di momenti
condivisi e personali
sui quali è cosa saggia elucubrare poco.
X
Sopratutto è meglio ridere.
venerdì, 07 marzo 2008

Per quanto utile certi giorni la pioggia dovrebbe proprio smetterla di insistere...
Certi giorni ti senti intrappolato nella vita degli altri, in equilibri che dovrebbero ripristinarsi e invece incappano in nuovi turbamenti...
Certi giorni focalizzano sulla pericolosità delle abitudini che comunque scopri come necessarie...
Certi giorni cerchi semplicemente di guardare altrove...


mercoledì, 05 marzo 2008


GG

Imperativi e tacchi alti.
Una buona dose d’ego che lascia e confonde le tracce,
che stampa flash e non si rimescola al resto.
Il colore come direttiva.
La cultura come compagnia.
Fonte creativa alla maniera di un pennello in un bicchiere d’acquerelli
che disperde le gocce sui fogli
che assorbe costante la luce e i linguaggi,
perla e amaranto
massa ed elite.

E si evocano immagini d’interni e scatti in dettaglio di
pillole fucsia, bagagli color mela  e luci al neon,
in questa banda di libri aperti e glam rock nelle sacche,
col viaggio pronto nelle gambe, il gusto negli occhi e
l’impeto sperimentale nelle mani
di quelli di cui scriviamo,
e dei tratti che concepiamo
come suoni, graffi e stridore di freni,
come attesa, ricerca e violenza d’impatto.

Essenza e veicolo del pensiero
strumento e spugna azzurra della percezione,
questa strada si dipana per linee punti e superfici
in veste grafica di toni e ritmi
o come colata lucida e sanguigna
che dal petto sale in testa
a moltiplicare le storie, la condivisione, le complicità.





martedì, 04 marzo 2008

"Dal sottosuolo
sorge la mia stella

dove abita d'inverno la mia volpe?
dove dorme il mio serpente?"

Paul Klee, 1915
lunedì, 03 marzo 2008

Scrivere, elaborare, sistemare, impaginare, organizzare, coordinare contenuti, argomentazioni, conoscenze che t'inglobano, ti assorbono, ti tirano e ti vogliono come tu vuoi loro e il risultato è la semplice soddisfazione che deriva da un impegno genuino ed elettrizzante di cui vorresti cibarti sempre e che ti fa l'effetto di un maestrale nell'animo che soffia forte e pulisce...


sabato, 01 marzo 2008



Jack Vettriano - The Singing Butler
Finalmente il vento....


"Nella classifica delle cento persone più importanti nel mondo dell'arte contemporanea appena pubblicata dalla rivista inglese ArtReview al quarto posto c'era Maurizio Cattelan (al primo, il mercante Larry Gagosian), l'italiano sulla breccia da qualche anno e l'artista più in voga nel mondo. Una sua opera è stata appena venduta per due milioni di euro, un primato per la carriera di Cattelan e una cifra straordinaria per l'arte contemporanea.
Nella stessa classifica, dopo altri novantotto artisti, galleristi, mercanti, direttori di museo, critici, al centesimo posto c'era un pittore scozzese: il pittore scozzese al centesimo posto lo scorso aprile ha visto un suo quadro venduto all'asta per 744mila sterline, ovvero circa un milione di euro. Soltanto.
Il quadro si chiama “Il maggiordomo cantante”: è largo 70 centimetri e c'è una coppia in abiti da sera che balla leggiadramente su una battigia sotto un cielo fosco e nuvoloso, protetta da una cameriera e un maggiordomo che reggono due ombrelli sulle loro teste. Il maggiordomo è un po' ingobbito, misteriosamente, e ha il volto nascosto, come quelli degli altri personaggi. Il titolo del quadro ci dice che sta cantando e i due amanti ballano al suo canto. Il pittore scozzese - che ha di recente rivelato che il maggiordomo canta “Fly me to the moon” - si chiama Jack Vettriano: oggi è il pittore vivente più venduto e riprodotto nel mondo. Si calcola che siano stati venduti tre milioni di poster e stampe dei suoi quadri. Il suo successo è planetario e la sua popolarità ha superato rapidamente la sua notorietà: le sue opere stavano nelle case di mezzo mondo ma pochissimi conoscevano il suo nome. Da cinque o sei anni con i suoi quadri sono state stampate centinaia di migliaia di cartoline, poster, oggetti, persino ombrelli. Quest'anno è arrivato anche in Italia: lo hanno usato per le copertine dei loro libri Adelphi, Sellerio e Rizzoli, e si vendono anche qui libri, calendari e poster.
Proprio per questo successo formidabile, in Gran Bretagna Vettriano è al centro di una polemica vecchia come il mondo: quella sul rapporto tra l'arte “alta” e la grande popolarità, tra il successo di critica e il successo di pubblico. È possibile, si chiìedono i fans e gli estimatori di Vettriano, che l'artista britannico più popolare nel mondo non abbia mai avuto le sue opere in un museo nazionale? Che le gallerie importanti non espongano mai le sue opere? Che i direttori dei musei maggiori si rifiutino anche di commentare il suo lavoro, come se fosse un caricaturista da marciapiede?
Jack Vettriano è un vero pittore, un eccellente pittore, con una storia assai poco accademica. Il suo cognome è quello della madre italiana, e lo scelse all'inizio della sua carriera artistica: il padre lavorava in una miniera scozzese e lui stesso studiava da ingegnere minerario. Ma quando aveva ventun anni, dice la leggenda, un'amica gli regalò degli acquarelli. Cominciò a studiare da solo la tecnica e la storia della pittura, mentre si imbarcava in mille lavori diversi: e a un certo punto due suoi quadri vennero scelti per un'esposizione. Da allora decise di fare il pittore, e gli andò bene. Adesso ha 52 anni e solo dai diritti di riproduzione guadagna mezzo milione di sterline l'anno. I tratti fondamentali della sua pittura sono abbastanza semplici da spiegare. Come si vede in queste pagine, i quadri di Vettriano hanno soggetti tradizionali, per niente astratti o avanguardistici: chiunque li veda pensa a Edward Hopper, ma dove Hopper comiugava uno stile allora moderno con la raffigurazione di un'America altrettanto moderna, spesso fredda, Vettriano, nel 2004, dà una sensazione di cose passate e di calore tradizionale. Nello stile prima ancora che nei soggetti. Ma sono proprio i soggetti, evocativi di un mondo passato e di cose che oggi sembrano sparite - eleganza, romanticismo, erotismo raffinato - a determinare il suo successo. In Gran Bretagna e in molta parte dell'Occidente la nostalgia per il tempo che fu - o che si crede che fosse - orienta gran parte del gusto popolare, nella musica, nel cinema, nella letteratura, nell'arte. A questo intuito, i quadri di Vettriano aggiungono una bellezza “facile”, immediata, di grande impatto su una sensibilità mediamente ignorante come quella di tutti noi (successi con analoghe ragioni si compiono nelle altre arti, e anche in quelle sono snobbati dagli intenditori). Vettriano ha atteggiamenti alterni nei confronti di chi lo trascura. A volte dice che gli interessa più il pubblico e le pareti delle case abitate che non i magazzini dei musei, altre volte lo dice con una tale insistenza da far sospettare qualche risentimento.
Può darsi che abbiano ragione le élites del mondo dell'arte (che pure sono conventicole di vedute spesso assai prevedibili), che ritengono che Vettriano non abbia comunque molto da dire alla storia e al progresso artistico e culturale. O forse saranno smentite dalle élites che le seguiranno: il revisionismo va forte. Ma è probabile che tra cento anni ci siano ancora in giro più riproduzioni di Vettriano che memorie dello squalo di Damien Hirst o della coperta di Tracy Emin. Di Cattelan, chissà"
Luca Sofri
giovedì, 28 febbraio 2008

"fatti non fummo a viver come bruti
                              ma per seguir virtute e canoscenza"


Dante Alighieri
Divina Commedia
Inferno XXVI, 119-120

La spinta dell’impegno che è impeto lavorativo ma anche impulso etico-morale, il costruire un progetto fin dalle fondamenta terminologiche su un’orchestrazione di ideali personali e sociali in cui davvero si crede provoca una forza e un’autocoscienza tali da dar l’impressione di poter sbaragliare l’universo in ostacolo soltanto con un soffio, soltanto con un’occhiata.
Il vigore della padronanza di un argomento, la consapevolezza di avere tutti gli elementi nelle mani per promuovere una crescita e una valorizzazione, attraverso strumenti di ricerca, documentazione e scrittura cui poter dare un proprio taglio, un proprio aspetto e una propria essenza, rendono ebbri di potenzialità e percettivi delle multirealtà consonanti pronte ad incastrarsi sotto l’egida esaltante della conoscenza.

e " de' remi facemmo ali al folle volo..."
mercoledì, 27 febbraio 2008

   "Tagliatele la testa!" urlo` la Regina con quanta voce aveva. Ma nessuno si mosse.  

       "Ma piantala? Chi credi di essere?" - disse Alice, (era cresciuta fino alla sua statura naturale.) - Tu non sei altro che la Regina d'un mazzo di carte."
       A queste parole tutto il mazzo di carte si sollevo` in aria vorticosamente e poi si rovescio` sulla fanciulla: essa emise uno strillo di paura e d'ira, e cerco` di respingerlo da se`, ma si trovo` sul ruscello, col capo sulle ginocchia di sua sorella, la quale le toglieva con molta delicatezza alcune foglie secche che le erano cadute sul viso.
       "Svegliati, Alice!" disse la sorella "Quanto hai dormito!"
       "Oh! - si meraviglio` Alice, - sono di nuovo qui con te. Sai, ho fatto un sogno, un sogno strano, ma meraviglioso." E si mise a raccontare alla sorella, come meglio poteva, le avventure che aveva vissuto in sogno. Quando ebbe finito, la sorella la bacio` e le disse:"Hai proprio fatto uno strano sogno, sai! Ma ora, presto, a casa, va subito a prendere il the, e` gia` tardi." Alice si allontano` correndo verso casa, tutta immersa ancora nel suo meraviglioso sogno.
       La sorella, pero`, rimase ancora un momento sulla riva del ruscello e, mentre seguiva il tramonto del sole, pensava alla piccola Alice e alle sue avventure, cosi` che sembro` a lei stessa di sognare a occhi aperti e fece un sogno simile a questo....
Lewis Carroll
da Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie
capitolo XII, La testimonianza di Alice
X

Arthur Rackham - Alice nel paese delle meraviglie

dedicato ad un amico che di sogni e favole
ha popolato il suo interessante mondo:
martedì, 26 febbraio 2008


Arthur Rackham - Alice nel paese delle meraviglie


"Perche` un corvo somiglia a uno scrittoio?"
       "Ecco, ora staremo allegri! - penso` Alice - Sono contenta che abbiano cominciato a proporre degli indovinelli... Credo di poterlo indovinare", soggiunse ad alta voce.
      "Intendi dire che credi che troverai la risposta?" domando` la Lepre di Marzo.
       "Proprio cosi`" disse Alice.
       "Allora dovresti dirci che cosa pensi" continuo` la Lepre.
       "Lo sto facendo. - si affretto` a rispondere Alice - Io penso cio` che dico. Pensare e dire fa lo stesso".
       "Eh, no cara. Se dici: Io vedo cio` che mangio o io mangio cio` che vedo, non e` la stessa cosa", disse il Cappellaio.
       E la Lepre intervenne:"Con lo stesso diritto potresti dire che 'Cio` che mi appartiene mi piace' e` lo stesso di 'Cio` che mi piace, mi appartiene' ."
       "Anche il Ghiro pur nel sonno, volle dire la sua:"Sarebbe come dire che: 'finche` dormo, vivo ' sia lo stesso di 'finche` vivo, dormo ' ."
       "E' lo stesso per te", disse il Cappellaio. E qui la conversazione cadde, e tutti stettero muti per un poco, mentre Alice cercava di ricordarsi tutto cio` che sapeva sui corvi e sugli scrittoi, il che non era molto.
       Il Cappellaio fu il primo a rompere il silenzio. "In quale giorno del mese siamo?" disse, rivolgendosi ad Alice. Aveva cavato l'orologio dal taschino e lo guardava con un certo timore, scuotendolo di tanto in tanto, e portandoselo all'orecchio.
      Alice penso` un po' e rispose:"Oggi ne abbiamo quattro".
       "Sbaglia di due giorni! - osservo` sospirando il Cappellaio - Te lo avevo detto che il burro avrebbe guastato il congegno!" soggiunse guardando con disgusto la Lepre di Marzo.
       "Il burro era ottimo", rispose umilmente la Lepre di Marzo.
       "Si` ma devono esserci entrate anche delle molliche di pane - borbotto` il Cappellaio - non dovevi metterlo dentro usando il coltello del pane."
       La Lepre di Marzo prese l'orologio e lo guardo` malinconicamente: poi lo immerse nella sua tazza di the e l'osservo` di nuovo, ma non seppe far altro che ripetere l'osservazione di prima:"Il burro era ottimo, sai."
       Alice, che l'aveva guardato curiosamente, con la coda dell'occhio, disse: "Che strano orologio! segna i giorni e non dice le ore."
       "E a che scopo dovrebbe segnare le ore? Forse il tuo orologio segna gli anni?" brontolo` il Cappellaio.
       "No - si affretto` a rispondere Alice - ma l'orologio segna lo stesso anno per molto tempo."
       "Quello che fa il mio!" rispose il Cappellaio.
       Alice ebbe un istante di grande confusione. Le pareva che l'osservazione del Cappellaio non avesse alcun senso; eppure egli parlava correttamente. "Non ti capisco bene!" disse allora con la maggiore delicatezza possibile.
       "Il Ghiro s'e` addormentato, di nuovo!" disse il Cappellaio, e gli verso` sul naso un po' di the bollente.
       Il Ghiro scosse la testa, e senza aprire gli occhi mormoro`:"Gia`! Gia`! Stavo per dirlo io."
       "Credi ancora di aver risolto l'indovinello?" disse il Cappellaio, rivolgendosi di nuovo ad Alice.
       "No, ci rinuncio. - rispose Alice - Qual e` la risposta?"
       "Non ne ho la minima idea" rispose il Cappellaio.
       "Nemmeno io!" rispose la Lepre di Marzo.
       Alice sospiro` seccata, e disse:"Credo che potresti fare qualcosa di meglio piuttosto che perdere tempo, proponendo indovinelli senza senso."
       "Se tu conoscessi il tempo come lo conosco io, - rispose il Cappellaio, - non diresti che lo perdiamo."
       "Non capisco che cosa tu voglia dire!" osservo` Alice.
       "Certo che non lo capisci! - disse il Cappellaio, scuotendo il capo con aria di disprezzo - Scommetto che tu non hai mai parlato col tempo."
       "Forse no, - rispose prudentemente Alice - ma so che debbo battere il tempo quando studio la musica."
       "Ahi, adesso si spiega, - disse il Cappellaio. - Il tempo non vuol essere battuto. Se tu fossi in buon rapporti con lui, farebbe dell'orologio cio` che tu vuoi. Per esempio, supponi che siano le nove, l'ora di andare a scuola, basterebbe che gli dicessi una parolina all' orecchio, e in un lampo la lancetta andrebbe avanti! Mezzogiorno, l'ora del pranzo!"

Lewis Carroll
da Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie
Capitolo VII - Un tè da matti

venerdì, 22 febbraio 2008



The Half Marathon Men

"Shoot the runner, shoot shoot the runner..." (Kasabian)

Ammirateli mentre si allenano tenendo a mente lontani traguardi e nuovi obiettivi, mentre progettano e organizzano ripassando il percorso per  doppiare le glorie conseguite o riscattare i vecchi errori, mentre familiarizzano con l’idea di battere ancora una volta quei tratti e quelle distanze.
Guardateli mentre si apprestano nuovamente a partecipare ad una delle competizioni più longeve tra le gare italiane, alla più intrapresa, alla più tentata, con il suo tragitto docile, pianeggiante, che scorre via veloce per gli oltre ventuno chilometri di via Colombo e del lungomare ostiense, sotto al ritmo alternato di gambe che conoscono bene il valore dell’impegno, la soglia dell’attenzione, la portata della fatica.
Osservateli mentre iniziano mentalmente a concentrarsi chiedendosi nel segreto come sarebbe essere l’Umberto Risi del 2008, lo Steve Jones della situazione, lo Stefano Baldini o la Gloria Marconi della XXXIV edizione della Roma-Ostia….
Corrono per essere in forma, corrono per sentire la forza dell’essere umani, per divertirsi e per condividere, all’interno di un’atmosfera che è diventata un modus essendi e che è  parte della loro quotidianità, parte della loro amicizia, parte del loro mettersi alla prova e del loro spingersi ogni volta un poco oltre, per migliorarsi, per darsi un significato, ognuno per sé ma tutti rivolti nella medesima direzione.
Provate a prenderli se ci riuscite questa domenica, provate a seguirli, provate a correre con loro… 
mercoledì, 20 febbraio 2008

Aveva bisogno di lasciar lì l’idea a stagionare per almeno un giorno prima di applicarcisi. Poi d’improvviso prendeva il via una furiosa elaborazione di ogni pensiero correlato al tema principale e arrivava alla fine del lavoro rapidamente, senza bisogno di pause forse proprio grazie alla pausa iniziale. E tutto veniva da sé. Spontaneo.
X
La spontaneità era la regola, il mezzo e l’obiettivo in effetti. Dell’intera sua vita.
X
Era giunta alla conclusione che tutto fosse dominato da giusti tempi e giusti modi e che questi si esprimevano ed emergevano autonomamente al momento più opportuno, e che qualsiasi azione che non si sentisse fluida e naturale era una forzatura e quindi una stonatura in grado di compromettere il tutto. Si doveva cercare di mantenere l’equilibrio tra istinto e controllo, per non far tramutare l’uno in intromissione all’interno di un percorso perfettamente autodeterminante e l’altro in blocco nei confronti dello stesso.
Per fare della spontaneità un principio per così dire attivo della quotidianità c’era una necessità primaria però: tutte le parti in causa dovevano perseguire il medesimo scopo e questo avveniva raramente.
Ma quando avveniva era una sorprendente, magnifica realtà.
lunedì, 18 febbraio 2008

Da uno studio all’altro,
aprendo testi e girando chiavi in chiavistelli di portali,
da libri neri a materiali opalescenti, scortata dai simboli e
dispersa in triangoli tracciati da compassi…

Quando è il momento di apprendere,
quando le cose ti appaiono a rivelare i veri tratti e
un universo storico e rituale si schiude per introdurne un altro

“robustae mentis est solidam sapientiam sustinere”

venerdì, 15 febbraio 2008

Lieve come dopo una doccia, come oltre un giardino di aranci e gelsomini.
Morbida come un kashmir cremisi sulla seta.
Schiusa al momento come una credente alla sua visione.
Viva di un contatto da sentire sulle mani come una magia...

"This girl only sleeps with butterflies..." (T.Amos)
                                                             

mercoledì, 13 febbraio 2008



Un incontro per discutere la prospettiva di una
pubblicazione su un lavoro di restauro di tessuti antichi
può volgere inaspettatamente in una
giornata rivoluzionaria
se
riesci a riassumere con tremila parole al minuto il tuo studio
propedeutico a quella pubblicazione con tutto l’entusiasmo che
non ti sentivi uscire dalle labbra da secoli
mentre raggiungi il laboratorio di restauro
su una due cavalli
e se
scopri di avere tanti punti di tangenza, linee d’intesa e motivi di stimolo
con quella che è già stata e potrebbe in questo progetto essere la tua collaboratrice
mentre pranzate raccontandovi e divertendovi
alla mensa operaia

e ancora imparo la bellezza dell’essere insoliti,
il vigore che ricevo da un sincero sguardo di attenzione e di stima,
il forte influsso di vita che sento nelle potenzialità
lunedì, 11 febbraio 2008


Era rimasta sospesa nel quadro di luce della finestra ad osservare qualcuno di passaggio che sembrava dover fermare il suo passo per riuscire a guardare le cose, e nel mentre aveva preso il sopravvento un giudizio sul tempo sempre trascorrente ma capace di indugiare in momenti sorprendentemente significanti, come a cogliere una forte pulsazione, il lento raggiungimento di una sezione aurea dell’evo, la concezione di un pensiero nel fluire di tutte le oggettività.
E lei dov’era?
Persa dietro un’intuizione che non sapeva dove l’avrebbe portata, in attesa che la chiamassero bussando alla porta dell’anticamera, e si sentiva come se non riuscisse a recuperare le idee, come se non potesse più concentrarsi su nessun argomento…
Poi la porta scattò e le dissero che poteva entrare. E si mosse decisa. Ma un suo involucro trasparente rimase esattamente dov’era, nel quadro di luce della finestra, a tentare di cogliere il senso del lampo e del battito degli istanti.
sabato, 09 febbraio 2008

Non si può dire che non fosse una serata da cappotto rosso.

Amici, ristorante-libreria, parole leggere che spaziavano da una semantica all’altra interrotte da risate piene e sincere, la prospettiva particolare di una serie di esibizioni alla Società Filarmonica per le ore successive.
La città notturna, l’aria fredda di febbraio e il piacevole semplice stare insieme.

Meno di un anno e il rivedere tanti visi e il percepire nuovamente tanti timbri vocali conosciuti ha provocato molti strati di sensazioni sovrapposte.
Le conversazioni buone accanto alle  cortesi, i sorrisi di convenienza assieme al reale piacere di stringersi la mano, di riabbracciarsi, di strizzarsi l’occhio da lontano, intimamente con la testa proiettata anche in tutt’altro luogo.
La bellezza della sala, l’atmosfera frizzante in superficie e tesa in basso, l’occasione di incontri lavorativi e visibilità, l’impegno e la bravura di certi musicisti da presentare con orgoglio ai miei complici per far loro respirare una piccola parte di me, che risulto sempre tanto difficile da tratteggiare agli occhi degli altri, lungo navigli che purtroppo per fortuna sfuggono alla convenzionalità.
Lembi del mio mondo da condividere.

Del resto il cappotto rosso ieri sera lo indossavamo tutte e tre.


mercoledì, 06 febbraio 2008


“Hey, hey, mama, said the way you move
gonna make you sweat, gonna make you groove”

Black Dog
LED ZEPPELIN


Ci sono giorni che sono un impeto.
Ci sono spinte che sembrano ingovernabili sotto alla sedia
e prismi di una luce che occupa tutti gli spazi, così da lasciarti vedere, così da lasciarti toccare le cose con le mani.
martedì, 05 febbraio 2008

Salire una scala a chiocciola fino al più piccolo ambiente della casa e guardare una strada di Parigi fuori, un cancello, un cortile, i lampioni della sera e un gruppo di francesi di passaggio. Sentire la calma serale, annusare i vapori della tisana odorosa, stringere la porcellana fine e forte tra i palmi e pensare all'alterazione, all'essere altrove per poco o molto tempo, a tutto il resto dietro e alle possibilità. La scrivania, i fogli, i libri, l'arte, la bellezza, le prospettive...


L'instabile non rende mai una poltrona troppo comoda
ma permette l'appartenenza ai luoghi e alle atmosfere
giovedì, 31 gennaio 2008

"...potrei essere confinato in un guscio di noce
e sentirmi re dello spazio infinito..."

Amleto, Atto II, scena II
W.Shakespeare
mercoledì, 30 gennaio 2008

Ci sono frasi che sono scosse e inflessioni della voce che sono puro senso.
Frasi di canzoni perlopiù. O un certo modo di leggere e pronunciare versi, e la mia esperienza in tale direzione ha come riferimento An American Prayer di Jim Morrison o certe letture di american beat poetry tratte da Walk Into My Voice.
Difficile capire quanta parte ha il tono o il timbro della voce e quanta ne hanno le parole, il loro significato intrinseco o quello sotteso…Più probabilmente si tratta di una mistura delle due cose, si tratta di personalità e carisma, si tratta di tutto quello che si cela dietro quello che si scrive e si dice, di un universo semantico d’appartenenza di quella voce da cui la stessa pesca immagini e sensazioni da restituire in forma di vocabolo arricchito di una sfumatura vibrante che ne costituisce la connotazione unica ed essenziale, ciò che lo distingue dal resto, che lo fa risaltare oltre il suo contenuto...
E naturalmente si tratta anche dell’orecchio che ascolta e del ventre che sente, del petto che accoglie e della mente che registra.
Si tratta di onde che si emanano e si captano per mezzo di magnifiche, sorprendenti locuzioni.
Le nostre parole sono spesso prive di significato. Ciò accade perché le abbiamo consumate, estenuate, svuotate con un uso eccessivo e soprattutto inconsapevole. Le abbiamo rese bozzoli vuoti. Per raccontare, dobbiamo rigenerare le nostre parole. Dobbiamo restituire loro senso, consistenza, colore, suono, odore. E per fare questo dobbiamo farle a pezzi e poi ricostruirle.
(…) chiamiamo “manomissione” questa operazione di rottura e ricostruzione. La parola manomissione ha due significati, in apparenza molto diversi. Nel primo significato essa è sinonimo di alterazione, violazione, danneggiamento. Nel secondo, che discende direttamente dall’antico diritto romano (manomissione era la cerimonia con cui uno schiavo veniva liberato), essa è sinonimo di liberazione, riscatto, emancipazione.
La manomissione delle parole include entrambi questi significati. Noi facciamo a pezzi le parole (le manomettiamo nel senso di alterarle, violarle) e poi le rimontiamo (le manomettiamo nel senso di liberarle dai vincoli delle convenzioni verbali e dei non significati).
Solo dopo la manomissione, possiamo usare le nostre parole per raccontare storie.”
(da Ragionevoli Dubbi, Gianrico Carofiglio)
lunedì, 28 gennaio 2008

THERE'S A BIG
A BIG HARD SUN
BEATING ON THE BIG PEOPLE
IN THE BIG HARD WORLD

(Hard sun,Eddie Vedder,Into the wild)

Nelle terre selvagge e dentro alle cose, dentro l’essere, in profondità.
Per vedere dove la strada porta, per vedere se un percorso libero c’è, coi libri nella borsa, la natura negli occhi e l’esperienza nella testa e nelle mani.
Spinti lontano da un innesco, volti alla dispersione e al ritrovamento, ribelli asceti in cerca di nomi veri da dare e con cui chiamare seguiti dalle eco…
sabato, 26 gennaio 2008

Aspettare il richiamo
di guardare alle cose,
allineare estremità emotive
per favorire congiunzioni terrestri
ed essere nuovamente io
ma investita di ruoli,
diretta
ed avviata,
in costruzione.
mercoledì, 23 gennaio 2008

Si animava e disanimava così di frequente.
Lo stato alterato della sua quotidianità – così definiva ogni situazione in disequilibrio soprattutto emotivo – gli impediva la serenità di pensiero necessaria alle prese di posizione, questo quando non pensava ad un complotto astrologico ordito ai suoi danni da un karma incattivito e forse recidivo da più vite.
Si era anche ucciso il suo attore preferito, notizia che lo aveva colto di sorpresa tanto quanto, di ritorno da quella gita scolastica, aveva appreso dalla radio che si era tolto la vita Kurt Cobain.
Che tedio, che indolenza gli salivano.
A che servivano il talento, il carisma, le opportunità, la fortuna, la ricchezza se poi il ritmo era talmente accelerato da rendere i passi salti e la danza una corsa fuori tempo?
Non aveva mai sognato di diventare famoso lui, e neanche ricco, voleva solo essere libero di poter pensare, e scegliere, voleva avere stimoli, e una vita lineare, qualunque cosa significasse.
martedì, 22 gennaio 2008

Preparando una conferenza in materia d'arte cerimoniale...


 nfilata in parole d’altra storia
ritornata su strutture
ritrovata la via della ricerca,
rinnovo gli studi                                                     
e trasformo il sapere
estendendo tracce del passato
capaci ancora di collocarmi
                           in una qualche esclusività,
                           a raccogliere l’eredità
                          di un’appartenenza intellettuale
                          più che spirituale
                          ma affascinata dai percorsi, dalle vicende,
                          dalle atmosfere,
                          dalla forza e dal diverso intento artistico
                          che ha lo scopo del dono e della celebrazione
                          e ha il terreno del vissuto, della tradizione e
                          del ragionamento
                          misti di umano e di ricchezza viva
                          portatori di conoscenza e di opportunità…

venerdì, 18 gennaio 2008


Before I sink into the big sleep
I want to hear
I want to hear
the scream of the butterfly
(When the music's over, The Doors)
"Nella distanza di un tempo
interrotto per errore
nello sfuggire degli estremi e dei confini
dentro un involucro di attese opache e di rinvii
la vibrazione di una mano che mi tiene
l’onda e la scossa della presenza
penetra nel sogno ed emerge al di là dei limiti
entra negli spazi e mi sosta nell’essenza

e sente con me

e non mi lascia"


(18gennaio2008)

mercoledì, 16 gennaio 2008

Giro intorno al libro come giravo intorno al piano.
Mi avvicino lentamente, mi siedo, lo apro, ci metto sopra le mani.
Leggo qualche pagina come suonavo qualche tasto, poi mi alzo e mi faccio prendere dal nervosismo che accompagna le cose quando non le hai ancora chiare nella testa ma sapendo anche che presto lo diventeranno.
Giro intorno al volume della mia tesi di laurea che devo riprendere in mano in vista di due progetti incrociati come giravo intorno al pianoforte quando dovevo studiare per un saggio, e l’arte cerimoniale ebraica mi appare come tutte quelle crome e semicrome della terza sonatina di Clementi che mi avrebbero dato febbre e mal di schiena prima di stamparsi per sempre nella mia testa e nelle mie dita, dentro le quali, se ci penso, ancora le sento vibrare.
Giro intorno e faccio qualche tentativo aspettando che arrivi quel momento, quell’istante in cui l’oggetto di studio mi chiama sul serio e mi assorbe interamente e cancella le pause ed il tempo, reclama tutto ed ottiene tutto, la concentrazione assieme all’esaltazione, diretto all’obiettivo del compimento…
…quell’istante che oggi ancora non arriva...
mercoledì, 09 gennaio 2008

Il mare nascosto dalla nebbia. Acqua su acqua in diversi sembianti e diverse consistenze e un grigiore diffuso che non ha confini...ma non suona ancora il faro...


…è solitario è silenzioso è un fruscio scomposto e a tratti sibilante quello che si ascolta vicinissimi alla riva. Ci si addentra nell’umido velo. Ci si bagna in superficie. La coltre attutisce ogni lontano rumore così come smorza le cromie e il freddo si prende gli occhi la pelle e i tessuti costruendovi intorno il contesto onirico del vuoto, che è mera percezione di un passaggio del tempo, una fugace rappresentazione di malinconia…

Dentro al faro c'è un capitano

è sentinella della
mia coscienza

è calore della mia appartenenza

solco della notte

                        campitura sul buio...
lunedì, 07 gennaio 2008

"Quella notte non dormii. Non provai nemmeno a mettermi a letto. Mi misi a sedere sul balcone, e ascoltai i rumori della strada (...) mentre guardavo le finestre e i balconi di fronte e le antenne sui tetti, e il cielo. Poco prima dell'alba si alzò il maestrale e già alle prime folate mi diede i brividi. Dicono che duri tre giorni, o sette e così pensai che per tre giorni o sette non avrebbe fatto caldo. Non troppo almeno. Mi era sempre piaciuto il maestrale estivo perchè spazzava l'aria, cacciava l'afa e faceva sentire più liberi. Mi parve giusto che arrivasse proprio quella mattina. Pensai ai conti che si chiudono e alle cose che cominciano. Pensai che avevo paura ma che, per la prima volta, non volevo sfuggirla o nasconderla, quella paura. E mi sembrava una cosa tremenda, e bellissima. Guardavo la luce che si faceva strada nel cielo e guardavo le nuvole grigie così strane e fuori posto nel mese di luglio. Fra poco mi sarei alzato e sarei andato a camminare per le strade ancora deserte. Mi sarei seduto ad un tavolo all'aperto, in un bar sul lungomare e avrei preso un cappuccino. Avrei guardato le strade che si trasformavano man mano che il giorno avanzava. Avrei preso un altro cappuccino (...) e poi, quando fosse stato proprio giorno, sarei tornato a casa. Avrei dormito, avrei letto, sarei andato al mare, avrei fatto passare la giornata facendo solo quello che mi andava di fare. Avrei aspettato che venisse sera e solo allora avrei chiamato Margherita. Non sapevo cosa le avrei detto, ma ero sicuro che avrei trovato le parole. Pensai a tutte queste cose e ad altre, seduto su quel balcone. Pensai che non avrei scambiato quel momento. Con niente, in tutto il mondo."

da Testimone Inconsapevole
Gianrico Carofiglio


Perchè ho imparato ad amare il maestrale.
Perchè mi piace lasciarmi sorprendere e catturare da letture che
non immaginavo di intraprendere. 
Perchè  mi è venuta voglia di certi momenti estivi che
non cambierei. Con niente, in tutto il mondo.

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