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lunedì 19 aprile 2021


 ph. Yvette Inufio 


E se facessimo il pieno dei ricordi?

E se partissimo adesso solo per gelarci i piedi nell'acqua del mare?

E se lasciassimo tutti a chiedere di noi, di dove siamo finiti, rubando una giornata a tutto e ad ognuno solo per sentirci pazzi a fior di pelle, solo per riprenderci quello che abbiamo perso con una folle corsa, con una serie di urla e risate da scemi?

E se ci baciassimo e lasciassimo che il vento si prendesse un po' della nostra saliva e la trascinasse sulle guance, sporcandola di sabbia?

Se andassimo e basta, andassimo senza una meta solo per trovare quello scatto da mettere tra le pagine, impregnato degli odori della giornata, con le nostre impronte sopra a ricordarci che c'è tanta vita umida e fertile da vivere scossi come un pezzo bop?

Svegliamo il letargo, stiriamo le rughe del viso, torniamo giovani, andiamo!



giovedì 15 aprile 2021

 


Ph. partic. Xenie Zasetskaya


I gesti. Le pieghe dei tessuti, il fruscio lieve, sempre inascoltato; il toccarsi di bottoni, lo scostarsi delle stoffe dalla pelle. I movimenti spontanei, inavvertiti, per coprire un imbarazzo, per assecondare un'emozione intima, quei movimenti inutili ma non innocui per chi osserva, per gli occhi delle persone che guardano, che colgono i frammenti, aspettano di raccogliere con le mani la rugiada perché sanno che lì si nasconde il significato della vita: nel brivido subito disperso, nel tocco delle dita, nelle microespressioni, nelle attese. Se non usiamo i sensi non abbiamo un corpo, se non guardiamo non vediamo niente e tutto scompare.



giovedì 24 settembre 2020

 


ph. Nicola Guida

Certe scene sono sempre uguali. Uno scatto forte, secco, pesante, col tipico risuono degli spazi ampi e vuoti e l'accendersi dei neon uno dopo l'altro, quel leggero click seguito da un ronzio.  
La luce naturale dall'alto, di giorno, smorza un po' l'inquietudine, ma la notte la pelle è subito all'erta, il passo veloce, le azioni nervose. Ho i brividi sulle braccia (mia figlia le chiama bollicine), il fiato corto. Faccio cadere le chiavi e mi maledico per non avere un posto auto in superficie. 
Ci mettiamo sempre deliberatamente nelle situazioni peggiori, come se il bisogno di un piccolo pericolo ci facesse sentire più vivi o più dentro ad una storia, raccontata per immagini in scorrimento lento, dietro l'egida di un regista immaginario che conosce il segreto: sa che ogni cosa diventa possibile per chiunque in qualunque momento. Eppure quel che accade sa come prenderti di sorpresa, non è mai come te lo aspetti, non reagisci mai come credi di poter fare, non reagisci affatto. E subisci, come tante, prima e dopo di te. 

lunedì 21 settembre 2020

collagemaking


Ho iniziato durante il lockdown.

Di tutte le parole usate ed entrate ormai nel nostro immaginario riguardo quel periodo di reclusione, lockdown è la più affascinante, il suono secco e insieme dolce di certi termini inglesi. Qualcosa che ha a che fare con chiavistelli e profondità.

Ho iniziato per tenere le mani occupate insieme a mia figlia di cinque anni, pennelli, colori, ritagli. Per sporcarmi le mani. Ma era da molto che pensavo al collage, da molto che praticavo la scelta delle immagini ed il loro utilizzo nei quaderni, mescolate alle parole. Sin da adolescente.

Già da prima che le immagini e le parole diventassero una professione.

La cosa, entrata nella routine giornaliera di quelle settimane, di quei mesi, è cresciuta in fretta, ha preso il sopravvento. Da sfogo creativo, reazione, magari terapia, è diventata un'effettiva forma espressiva, un altro mezzo di ricerca.


Quello che distingue un semplice usare le mani ed andare per tinte associate e ritagli combinati è l'arrivo del significato.  Il primo quaderno, non ancora del tutto concluso, si è preso i miei vecchi versi e li ha rinnovati in un grafia a matita semi nascosta, ambientata in alcuni scenari, nel tentativo di restituire un'atmosfera, una suggestione visiva e tattile grazie ad una carta cinese grezza e materica regalatami da un'amica e presa chissà dove. Erano le poesie a veicolare o le carte? Non so dirlo, credo l'istinto: non ho mai approcciato la pagina con un'idea preconcetta, è la costruzione a rivelarsi e rivelarmi a cosa stavo puntando, cosa stavo sentendo. Era così anche con i versi, un'automatismo indagatore, un andare a pesca di tutto quello che pesa e che resta più a fondo. La sensazione che avverto di più è il piacere di toccare e di vedere le carte, sfogliare i quaderni e vederli gonfiarsi e riempirsi dei giorni che scorrono e prendono un significato.

Il significato appunto. Tutto ne ha se resti in ascolto, se dai credito a quello che sale e che ha tanti modi creativi di venire a galla e liberarti.
E insieme al significato è arrivata la ricerca della sintesi, della crasi espressiva tra elementi diversi, con l'inserimento di componenti a me care come le polaroid, o il gioco di cancellazione e rivelazione di termini o frasi da stralci di libri, una sorta di metodo Caviardage per capire che la parola è il centro di tutto sempre, l'immagine trattata un sostegno e poi un dripping, a volte pesante a volte leggero, il legante.



Presto ho avuto voglia di quaderni di altri formati, quello quadrato è uno dei miei preferiti. 
La sperimentazione si è affinata, si sono imposte delle atmosfere cromatiche, delle preferenze sensoriali; i versi hanno lasciato il passo a messaggi e tensioni, suggerimenti, molliche di pane per chi ha voglia di guardare a lungo e di seguire il sentiero, d'interpretare, di lasciarsi portare. Soltanto accenni, strappati e incollati, quello che porta il giorno, militanze sfiorate, riflessioni notturne, sporcature ed eleganze.


Non è poesia visiva, non è  puro collage, non è vero Caviardage né cut up, ma ogni pagina o cartoncino è un'autentica, libera espressione di quel misto di nuvole e scintille intorno e dentro di me, che respiro, ascolto Coltrane, bevo tè freddo o caffè nero, in quei momenti lontano da tutto in cui a volte vado a nascondermi e a ritrovarmi.

Tra le produzioni più interessanti fino ad ora credo ci siano due pieghevoli che hanno presupposto un minimo di progetto ma che in fondo hanno comunque risposto ad un intuito. 


Pensa è un piccolo depliant fronte/retro sui toni dell'azzurro che sfiora l'indicazione, il suggerimento, lavora sul frammento, induce alla scoperta e all'introspezione, tra schizzi acquosi e carte seriche.
Stesso modus per About Mad Ideas Provoke , più fumoso, più sporco, più giocato sulla fotografia in bianco e nero, allude all'ispirazione artistica, cerca una certa atmosfera.


Per chi è abituato a scrivere, spesso con troppa tendenza alla didascalia, questo tipo di lavoro più diretto e sintetico è una liberazione, un andare a briglia sciolta, un muoversi veloce che ha il supporto potente delle immagini e tutto un corredo di tecniche e contaminazioni cui attingere e con cui sperimentare senza limiti, con la soddisfazione di produrre molto in poco tempo e spesso di centrare un obiettivo.


*Per i dettagli, tutti i collage sono fotografati e riportati completi dei versi, dove usati, sulla mia pagina Facebook e Instagram.

mercoledì 29 aprile 2020



Cosa ne resta
di me,
bucata e flessa,
dopo un temporale che
mi è piovuto dentro?
Lasciando vuoto
e suono di gocce
sulle pozze d'acqua?

Cosa vive
dello spirito saltato fuori e
colato via?



mercoledì 22 aprile 2020




Come l'ultimo luogo del mondo. Un approdo cui era giunto dopo mille anni di passi uno dietro l'altro. Un estremo zen, un distendersi di linee e di aria, di suoni e di odori perfetti per le latitudini di un uomo che aveva fatto e mosso troppo ed era partito vuoto, senza credere a cosa si potesse ancora arrivare, che cosa si potesse raggiungere sul suolo e per le acque, dentro gli sguardi lunghi che sembrano non avere confini.
L'ondeggiare lieve dell'acqua che tirava il legno in un verso e poi nell'altro aveva un effetto di grande quiete atmosferica che, lentamente, si faceva interiore. Permeava la pelle. Entrava dagli occhi e dai capelli con l'umidità, un'umidità odorosa, azzurra come tutto ciò che vedeva. 
Non seppe per quanto tempo rimase lì, giunto ma anche disperso, né poteva dire che uomo fosse quando si girò e riprese il cammino, una volta che tutto l'azzurro fu richiamato dall'ombra e divenne freddo con la sera.


mercoledì 15 aprile 2020






Nascosto. In cerca del vuoto. In fuga dal suono. 
Come catturato in un cortocircuito della vista o della mente, come assediato dal rumore, come impazzito d'immagini e luci, infastidito negli occhi, stordito nelle orecchie.
Corso via e poi scomparso sulla strada. Nessuno oltre me.
E campi, e costruzioni e lievi fruscii.
Approdavo da un'inquietudine all'altra, dal chiasso al silenzio, dal lampo alla nebbia.
E sempre fuggivo.

lunedì 4 febbraio 2019


(ph. ?)


Me la sentivo sulla pelle per ore dopo che ci eravamo visti. 
Più dei frammenti di sguardi e degli angoli di sorriso. Più degli scintillii di luce dietro la sua testa mentre passeggiavamo. Più delle fugaci immagini che mi tornavano alla mente ripetute come una successione di diapositive riassuntiva della giornata. 
Me la sentivo sulla pelle in un continuo, setoso fruscio di contatti sfiorati, come una pennellata densa e delicata che indugia in mille dettagli, come un tatuaggio dipinto che non scolora ma espande, conquista e odora di tutti i suoi movimenti nell'aria e nello spazio intorno e tutto quello che volevo era toccarla di nuovo, vederla, averla ancora addosso senza un limite mai.


martedì 18 settembre 2018

Andarmene. Vorrei andarmene lontano. Perdermi in un viaggio. Cambiare immagini e lavare la mente. Qualcosa di estraneo completamente. Sono così presa da nastri e legami come radici ben salde alla terra che avrei bisogno di prendere un lungo volo, o salpare per mare, nuotare nel mare...quanto tempo che non sento l'acqua sul viso, nei capelli... 
Sono così stanca che non riesco a dormire e l'orizzonte non è mai nitido anche se l'attenzione è sempre alta e i sensi all'erta per fare in modo che ognuno abbia ciò che gli occorre, la sua dose di bellezza, l'energia dalle mie mani e il calore dai miei occhi, che pure si sciolgono, colano giù troppo spesso.
Pesco frasi e moniti che stampo nella testa e a cui mi aggrappo per fare più forte la mia forza, come se tutto fosse relazionato e ci fossero messaggi sparsi capaci di scuotere e avvicinare situazioni per niente vicine.
Scelgo parole dal significato assoluto che anche da sole spiegano tutto un periodo, tutta una serie di accaduti e sentimenti. E scavano mentre sostengono.
RESILIENZA per esempio. Gli ho sempre preferito 'resistenza' ma ha una sfumatura più calzante adesso. Non si tratta di resistere a tutto ma di resistere ad un urto. E continuare ad essere se stessi. Non spezzarsi. Mai.

martedì 28 agosto 2018

Fine agosto. Voglia vaga di scrivere. Forse perché ho appena finito un bel libro. Uno di quelli che ti restano attaccati per un po', come se continuassi a leggerli nella mente, come se il fraseggiare si aggirasse nel tuo corpo liberamente, sussurrando dall'interno. E allora mi viene voglia di scrivere. Anche di niente.
Mi viene sempre voglia di scrivere. Appena ho un attimo di quiete. Appena si addormenta uno dei bimbi e ho qualche momento quieto, appena la testa si svuota del quotidiano e dell'imminente e si riempie di tutto ciò che è sospeso e aspetta una collocazione, un divenire, un compimento.
Guardo il quaderno dove ho accumulato appunti, post-it, pezzi di racconti, bozze di testi, idee e immagini. Lo tengo e lo riempio dalla nascita di mia figlia.
A intervalli regolari ricordo a me stessa con estrema nostalgia che non scrivo da più di tre anni e invece no: lo tengo in mano il lavoro che porto avanti da più di tre anni. Arriverà il momento in cui tutto troverà ordine, prenderà forma, verrà limato, cucito, farcito, assumerà un aspetto e, come al solito, scoprirò che sotto c'è sempre stata una direzione, che la mia scrittura ha una volontà anche propria di portarmi dove devo andare.
Scrivere. È un verbo distante da pubblicare, da essere scrittore. È un'azione. Basta a se stesso.
Non lo so se ha un senso accumulare dettagli, tessere storie, inventare caratteri, costruire situazioni. 
I lettori sono ridotti. Ma lo devo fare. Anche se i lettori non ci fossero affatto.
Ragione e significato.
Quello che resta.


sabato 10 giugno 2017

Purity

Jonathan Franzen.
I suoi personaggi e argomenti mi fanno innervosire dalla prima all'ultima frase. Eppure quando chiudo il libro so di aver finalmente letto un Romanzo.
È la terza volta che mi succede con lui.
Rifletto sulla capacità di mettere in fila sensatamente una spaventosa quantità d'informazioni lungo 650 pagine, di spalmarla per decenni e continenti con tanta chiarezza, soprattutto rifletto sulla sapienza costruttiva che informa di cose in grado di cambiare faccia alla storia solo al momento giusto, perfettamente incastrate con il resto, difficili da intuire anche se in fondo erano lì da sempre.
Sono pochi gli scrittori che mi stupiscono così oggi. E se penso allo ieri, ieri era l'Ottocento. Erano i russi.
Dopo Le correzioni e Libertà, ancora parliamo di esseri umani e di cose reali e quindi ancora parliamo di famiglie.
In cerca di Purezza, attraverso uno strato infinito di sporcizia, melma mentale e comportamentale: da uomini tremendamente imperfetti quali siamo inseguiamo ideali che non raggiungeremo mai.
Figure maschili e femminili dotate di uguali parti di bellezza e sudiciume, tutti hanno cose di cui vergognarsi, segreti da tenere anche quando professano spudorata sincerità a tutti costi, specie i numerosi giornalisti della storia. E sopra ogni cosa capire che le azioni sono spinte non dal senso di giustizia ma dal senso di colpa.
Dialoghi, sfaccettature di punti di vista e narrazione, contestualizzazione e tornitura dei personaggi ti pongono rispetto al libro come di fronte ad una scultura, tu puoi girarle intorno, vederla a 360 gradi. La tua esperienza è completa.

Possono piacermi diversi tipi di libro e anche diversi tipi di scrittore, ma è solo dopo queste letture che mi sento letterariamente appagata.
Franzen è un gigante.



martedì 15 novembre 2016

Ph. cathedral of the pines, Gregory Crewdson


Ci sono luoghi della mente dove ci si incontra o ci si disperde. 
Luoghi fisici che la mente crea in cui si entra senza sapere bene dove portano o cosa nascondono. Strade su cui si torna di notte come ipnotizzati da un mistero, a cercare qualcosa o qualcuno, noi stessi, quello che di noi non diciamo, quello che di noi non sappiamo. 
Ci sono luoghi che trattengono altre storie, ambienti e spazi di svolgimento, tempi di azioni non compiute ma ugualmente nostre. Respiri, suoni, voci.
Là abbiamo altri nomi, altri comportamenti, là siamo a volte per poter essere qui.

domenica 23 ottobre 2016



Ph. partic. Course adage Opera, Paris, France in 1950.
Robert Doisneau


Essere parte. Essere corpo.
Essere movimento.
Abitavamo gli spazi e la luce, abitavamo il suono diffuso di masse dinamiche e passi ripetuti, abitavamo la polvere alzata e vibrante, il legno assorbente le spinte e gli affondi. 
Strutture che erano ambienti, uomini che erano linee. 
Intorno, e dentro, e attraverso di noi. Sentivamo ogni cosa eppure tutto era silenzio, era canto, era coro bianco e altissimo, rumore spogliato, respiro.
Era una stanza chiusa ed infinita.
Non era l'essere umano ma la danza.
 


mercoledì 19 ottobre 2016


ph, sean dunlop

Le sue parole scendevano giù amare e me le faceva ingoiare a forza, irritando la lingua, l'esofago e giù fino allo stomaco dove bruciavano più di quanto potessi tollerare.
Era come bere inchiostro che invadeva il mio corpo fino a tingerlo di nero all'interno, oscurando la vista, bloccando le espressioni e i movimenti. 
Lei era il nero, lei l'amaro.
Mi urlava contro lievitando ad ogni stoccata, cancellando il mio mondo e la legittimità della mia esistenza, anche se me li aveva dati lei entrambi, mondo ed esistenza, alla mia nascita, quindici anni prima, gridando anche quella notte.
Vivere allo scoperto, senza il riparo caldo dell'abbraccio di tua madre, senza quella comprensione che ti infonde l'unico coraggio di cui hai bisogno, è uno strano vivere, è uno strano crescere, è una terra in cui ti aggiri tentando o bramando, saggiando o azzannando i giorni, dipende da come ti trasformano, da quanto ti spingono e strattonano, dal tono con cui ti parlano, dagli occhi con cui ti guardano.
Ci sono reazioni e conseguenze.
Non me ne sono andata. Sono rimasta ad affrontarle.

lunedì 10 ottobre 2016

 
 

ph. pati vargas, brian stowell, unknown

Era il silenzio a sconvolgermi. Sempre. 
Ospite in quella casa così spesso che avrei dovuto sentirla mia. 
A piedi nudi su quelle terre così tante volte che avrei potuto riconoscere ogni orma, sentirmela aderire sulla pelle. 
Sterpaglia, sassolini pungenti. 
Accadeva in effetti ma permaneva un'inibizione di fondo, un vago umore tremulo che non mi lasciava l'addome. Lo avvertivo da bambina e ancora era lì. 
I suoni domestici attutiti, quelle porte mai varcate, gli sguardi benevoli e mansueti di tutti, persino degli animali. 
Erano luoghi selvaggi e ambienti datati eppure tutto tratteneva una quiete apparente, un mistero intuito, un segreto nascosto. Che cos'era che non mi dicevano? Che si tacevano tutti?
E quelle acque del lago, una trasparenza nera, un fondale celato da metri e metri di tessuto liquido insondabile. 
Che storie c'erano sotto le acque, lungo le strade polverose, nella foresta, alla tavola calda, l'unica di quella zona, con il caffè più buono che avessi mai provato ed il distributore di benzina di fronte? 
E che cosa c'era in quella camera che lo zio teneva sempre chiusa in cui, ne ero convinta, si trovavano tutte le spiegazioni?




lunedì 26 settembre 2016

gli attori



Gli attori sono sporchi.
Sporchi dei personaggi che si portano addosso. Sporchi di vita e di palchi.
Vivono di memoria. La serrano per non disperderne un grammo, ne abusano poi la rilasciano come fiato da un palloncino, per fare vuoto da riempire.
E vivono di dimensioni, capacità di adattamento, con una bussola interiore che ha percezione viva dei luoghi, li sentono sulla pelle, stabiliscono un'intesa che gli permette di abitarli e loro rispondono contenendoli, sostenendo le fisicità, amplificando le voci.
Muovono una loro danza con le luci, gli attori. Chiamano e invocano bagliori e riflettori, per crescere e rimpicciolire nelle ombre, per nascere e morire.
Le frasi fuori dal palco sono docili e incompiute, tutte da costruire, gravide ma senza copione, stordite, colte di una cultura alta, difficile, simbolica, di quelle da penetrare e possedere.
Sono affascinanti gli attori, tutti, anche quelli brutti. Hanno l'esperienza dei nomadi, la varietà dietro le pupille, la silente sfrontatezza di chi tiene la ribalta, di chi ha aneddoti nella sacca.
Sono una tribù che attraversa lasciando il bagaglio agli spettatori.

ph. MS_Jansi

venerdì 23 settembre 2016


ph. Ole John Aandal

Il caldo a volte sapeva prendermi la pelle meglio di un uomo.
Mi attraversava, virava il mio stato verso l'inquietudine, scopriva la voglia di osservarmi.
Ero in attesa di qualcuno lungo la strada, aspettavo in macchina guardandomi nello specchietto, percorrendo quanto potevo vedere con indugio, il dettaglio dei capelli schiariti dal sole, ora rossicci, il profilo della mandibola, il lobo dell'orecchio. 
Sfioravo in punta di dita, saggiavo forme e reazioni.
Era la temperatura della sera, ancora bollente in quella parte di città. Un paio d'ore prima della cena, che forse avrei consumato in compagnia.
Le donne non si piacciono mai. Sono severe come credono siano gli uomini nel guardarle. Eppure c'è un'intuizione che serpeggia e ci dà accesso ad una conoscenza profonda di noi stesse, rendendoci attraenti in qualche modo. In fondo non ci cambieremmo con altre.
Era già autunno ma l'estate rimaneva sciogliendo le giornate in momenti come quello, che creavano aspettative.

martedì 20 settembre 2016


ph. Joan Colom - La Barcellona nascosta 

Solitamente me ne andavo per la mia strada. Ma tanta bellezza... Quella pelle odorosa, giovane, quelle caviglie nodose che così poco avevano mosso, quei piedi nudi che così poco avevano calpestato...
Si era fermato il tempo. Non so quanto rimasi nascosto, all'oscuro delle loro risate fresche. Mi girai spalle al muro e, ad occhi chiusi, persi la strada nelle frasi di ragazza, nei toni spontanei che salivano eccitati e poi planavano in dolcezze sconosciute all'uomo, nel frusciare delle gonne in quei tessuti stampati forse di moda, non lo sapevo io, colto di sorpresa in un momento di un giorno qualunque da un frammento di vita altrui in cui mi ero incautamente insinuato, muto, senza fiato, senza potervi opporre resistenza. 
Quanto c'era da scoprire nell'animo, nel silenzio profondo di un uomo che era come in attesa di un risveglio? Me ne accorsi solo in quell'istante di azione involontaria, attirato dall'energia giovanile, dalla forza del gruppo, da quella leggerezza femminile straordinaria che mi aveva catturato e stordito, rivelando un bisogno, una voglia di attenzione mai avvertita prima e, insieme, una solitudine infinita e dilagante che non mi permetteva di muovere un passo: quello era adesso il mio intero universo, niente aveva senso via da quel posto, da quell'attimo, da quella vicinanza briosa prossima a scomporsi e ad uccidermi, ma non ancora. Non ancora.

venerdì 15 aprile 2016

Primavera. Sole, caldo, profumi. Classica eppure sembra sempre inedita quando arriva, si fa aspettare e poi apprezzare. E' furba, bella, fiorita. Una fuoriclasse.

Questa primavera è impegnativa. Tanto da fare e da pensare e da incastrare e da lasciare indietro inevitabilmente, a volte irrimediabilmente. Tanto tempo e spazio da trovare per ogni frammento di necessità o di volontà. Anche per la riflessione, che ramifica e ramifica fino ad un intreccio inestricabile.
Fra le altre cose ora rifletto sulla mia scrittura. Mi sono imbattuta in vecchi diari, vecchi pagine di una me adolescenziale e le ho trovate fluide, pregne, gonfie di un'energia ancora tutta da disperdere, varie, intense nei fraseggi e nel vocabolario, ricche d'immagini e tutto mi è sembrato così fresco e gravido che non me ne potevo separare e mi sono chiesta dove è approdata la mia scrittura, cosa ha guadagnato e cosa ha perso, e se davvero ora scrivo come voglio scrivere.
La mia prosa è musicale, scorre, è corretta, a volte insolente. Ma non sono sicura di osare quanto potrei, non sono sicura di essere originale quanto vorrei.
Credo di essere in un momento di transizione. Sono in fase di ricerca, sono in attesa, aspetto che si schiariscano la mente e la vista, accumulo appunti, post it, pagine scritte e sovrascritte in quaderni a spirale che mi porto nella borsa pur sapendo che non avrò un'ora da dedicargli e tuttavia pensandoli tutto il tempo, sono in apnea eppure so che con qualche branchia sto respirando linfa e ispirazioni di forma e contenuto; ogni tanto provo la penna, ogni tanto la tastiera di un pc che mi sta abbandonando. Anche il sottofondo chiede un rinnovamento, devo trovare nuova musica, nuovi album da scoprire mentre scrivo, come con Riot Act dei Pearl Jam e La torre dipinta, come con The beekeeper di Tori Amos e Altrove  (ancora inedito e da rimaneggiare), come con Out of season di Beth Gibbons e Bring me the workhorse di My brightest diamond e Il drago e la libellula...

Ma devo temporeggiare ancora, o trovare nuovi modi e nuovi equilibri in cui far fiorire una scrittura bella, furba, che si fa aspettare e poi apprezzare. Una scrittura fuoriclasse.



mercoledì 6 aprile 2016

Le nebbie ci trattengono in una primavera nebulosa e intimamente fredda, che non sa farsi ribelle e non sa scoprirsi da questa coltre bianca, stesa sul mare, sulle luci della città e sulle campagne, tanto affascinante quanto fastidiosa.
Ma noi comunque ci muoviamo e mettiamo il naso nell'aria a cercare i profumi, a testare gli umori, proviamo a guardare lontano.
Il periodo si fa pregno e denso, si balla attorno ai progetti, ai linguaggi, si torna all'arte e alla parola, si costruiscono ponti effimeri per vedere chi li attraversa, per trovare una tribù che non sia soltanto social, per capire quanto c'è da dare, da prendere, da fare e se si hanno tempo, forze e qualità.
Le nebbie viaggiano indolenti ma noi guardiamo oltre, o almeno ci proviamo.

disegni Tino Vaglieri