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lunedì 19 aprile 2021


 ph. Yvette Inufio 


E se facessimo il pieno dei ricordi?

E se partissimo adesso solo per gelarci i piedi nell'acqua del mare?

E se lasciassimo tutti a chiedere di noi, di dove siamo finiti, rubando una giornata a tutto e ad ognuno solo per sentirci pazzi a fior di pelle, solo per riprenderci quello che abbiamo perso con una folle corsa, con una serie di urla e risate da scemi?

E se ci baciassimo e lasciassimo che il vento si prendesse un po' della nostra saliva e la trascinasse sulle guance, sporcandola di sabbia?

Se andassimo e basta, andassimo senza una meta solo per trovare quello scatto da mettere tra le pagine, impregnato degli odori della giornata, con le nostre impronte sopra a ricordarci che c'è tanta vita umida e fertile da vivere scossi come un pezzo bop?

Svegliamo il letargo, stiriamo le rughe del viso, torniamo giovani, andiamo!



giovedì 15 aprile 2021

 


Ph. partic. Xenie Zasetskaya


I gesti. Le pieghe dei tessuti, il fruscio lieve, sempre inascoltato; il toccarsi di bottoni, lo scostarsi delle stoffe dalla pelle. I movimenti spontanei, inavvertiti, per coprire un imbarazzo, per assecondare un'emozione intima, quei movimenti inutili ma non innocui per chi osserva, per gli occhi delle persone che guardano, che colgono i frammenti, aspettano di raccogliere con le mani la rugiada perché sanno che lì si nasconde il significato della vita: nel brivido subito disperso, nel tocco delle dita, nelle microespressioni, nelle attese. Se non usiamo i sensi non abbiamo un corpo, se non guardiamo non vediamo niente e tutto scompare.



lunedì 21 settembre 2020

collagemaking


Ho iniziato durante il lockdown.

Di tutte le parole usate ed entrate ormai nel nostro immaginario riguardo quel periodo di reclusione, lockdown è la più affascinante, il suono secco e insieme dolce di certi termini inglesi. Qualcosa che ha a che fare con chiavistelli e profondità.

Ho iniziato per tenere le mani occupate insieme a mia figlia di cinque anni, pennelli, colori, ritagli. Per sporcarmi le mani. Ma era da molto che pensavo al collage, da molto che praticavo la scelta delle immagini ed il loro utilizzo nei quaderni, mescolate alle parole. Sin da adolescente.

Già da prima che le immagini e le parole diventassero una professione.

La cosa, entrata nella routine giornaliera di quelle settimane, di quei mesi, è cresciuta in fretta, ha preso il sopravvento. Da sfogo creativo, reazione, magari terapia, è diventata un'effettiva forma espressiva, un altro mezzo di ricerca.


Quello che distingue un semplice usare le mani ed andare per tinte associate e ritagli combinati è l'arrivo del significato.  Il primo quaderno, non ancora del tutto concluso, si è preso i miei vecchi versi e li ha rinnovati in un grafia a matita semi nascosta, ambientata in alcuni scenari, nel tentativo di restituire un'atmosfera, una suggestione visiva e tattile grazie ad una carta cinese grezza e materica regalatami da un'amica e presa chissà dove. Erano le poesie a veicolare o le carte? Non so dirlo, credo l'istinto: non ho mai approcciato la pagina con un'idea preconcetta, è la costruzione a rivelarsi e rivelarmi a cosa stavo puntando, cosa stavo sentendo. Era così anche con i versi, un'automatismo indagatore, un andare a pesca di tutto quello che pesa e che resta più a fondo. La sensazione che avverto di più è il piacere di toccare e di vedere le carte, sfogliare i quaderni e vederli gonfiarsi e riempirsi dei giorni che scorrono e prendono un significato.

Il significato appunto. Tutto ne ha se resti in ascolto, se dai credito a quello che sale e che ha tanti modi creativi di venire a galla e liberarti.
E insieme al significato è arrivata la ricerca della sintesi, della crasi espressiva tra elementi diversi, con l'inserimento di componenti a me care come le polaroid, o il gioco di cancellazione e rivelazione di termini o frasi da stralci di libri, una sorta di metodo Caviardage per capire che la parola è il centro di tutto sempre, l'immagine trattata un sostegno e poi un dripping, a volte pesante a volte leggero, il legante.



Presto ho avuto voglia di quaderni di altri formati, quello quadrato è uno dei miei preferiti. 
La sperimentazione si è affinata, si sono imposte delle atmosfere cromatiche, delle preferenze sensoriali; i versi hanno lasciato il passo a messaggi e tensioni, suggerimenti, molliche di pane per chi ha voglia di guardare a lungo e di seguire il sentiero, d'interpretare, di lasciarsi portare. Soltanto accenni, strappati e incollati, quello che porta il giorno, militanze sfiorate, riflessioni notturne, sporcature ed eleganze.


Non è poesia visiva, non è  puro collage, non è vero Caviardage né cut up, ma ogni pagina o cartoncino è un'autentica, libera espressione di quel misto di nuvole e scintille intorno e dentro di me, che respiro, ascolto Coltrane, bevo tè freddo o caffè nero, in quei momenti lontano da tutto in cui a volte vado a nascondermi e a ritrovarmi.

Tra le produzioni più interessanti fino ad ora credo ci siano due pieghevoli che hanno presupposto un minimo di progetto ma che in fondo hanno comunque risposto ad un intuito. 


Pensa è un piccolo depliant fronte/retro sui toni dell'azzurro che sfiora l'indicazione, il suggerimento, lavora sul frammento, induce alla scoperta e all'introspezione, tra schizzi acquosi e carte seriche.
Stesso modus per About Mad Ideas Provoke , più fumoso, più sporco, più giocato sulla fotografia in bianco e nero, allude all'ispirazione artistica, cerca una certa atmosfera.


Per chi è abituato a scrivere, spesso con troppa tendenza alla didascalia, questo tipo di lavoro più diretto e sintetico è una liberazione, un andare a briglia sciolta, un muoversi veloce che ha il supporto potente delle immagini e tutto un corredo di tecniche e contaminazioni cui attingere e con cui sperimentare senza limiti, con la soddisfazione di produrre molto in poco tempo e spesso di centrare un obiettivo.


*Per i dettagli, tutti i collage sono fotografati e riportati completi dei versi, dove usati, sulla mia pagina Facebook e Instagram.

mercoledì 22 aprile 2020




Come l'ultimo luogo del mondo. Un approdo cui era giunto dopo mille anni di passi uno dietro l'altro. Un estremo zen, un distendersi di linee e di aria, di suoni e di odori perfetti per le latitudini di un uomo che aveva fatto e mosso troppo ed era partito vuoto, senza credere a cosa si potesse ancora arrivare, che cosa si potesse raggiungere sul suolo e per le acque, dentro gli sguardi lunghi che sembrano non avere confini.
L'ondeggiare lieve dell'acqua che tirava il legno in un verso e poi nell'altro aveva un effetto di grande quiete atmosferica che, lentamente, si faceva interiore. Permeava la pelle. Entrava dagli occhi e dai capelli con l'umidità, un'umidità odorosa, azzurra come tutto ciò che vedeva. 
Non seppe per quanto tempo rimase lì, giunto ma anche disperso, né poteva dire che uomo fosse quando si girò e riprese il cammino, una volta che tutto l'azzurro fu richiamato dall'ombra e divenne freddo con la sera.


lunedì 4 febbraio 2019


(ph. ?)


Me la sentivo sulla pelle per ore dopo che ci eravamo visti. 
Più dei frammenti di sguardi e degli angoli di sorriso. Più degli scintillii di luce dietro la sua testa mentre passeggiavamo. Più delle fugaci immagini che mi tornavano alla mente ripetute come una successione di diapositive riassuntiva della giornata. 
Me la sentivo sulla pelle in un continuo, setoso fruscio di contatti sfiorati, come una pennellata densa e delicata che indugia in mille dettagli, come un tatuaggio dipinto che non scolora ma espande, conquista e odora di tutti i suoi movimenti nell'aria e nello spazio intorno e tutto quello che volevo era toccarla di nuovo, vederla, averla ancora addosso senza un limite mai.


mercoledì 11 ottobre 2017

Ottobre...

Fisicamente distrutta, moralmente esaltata, dentro giornate fatte di mille ore e una continua sfida al mio corpo.
Ottobre di sole e ritmi doppi, autunno di luce e nuove dimensioni, microsonni, rodaggi, osservazioni, la sensazione dell'inverno davanti e una nuova avventura tutta da scoprire, costruire, immaginare...

giovedì 14 settembre 2017


Settembre è sempre un rientro, anche dai luoghi dove non sei stato. E' un incamminamento e insieme un recupero, di ritmi, di pensieri, di temperature. Anche di ricordi e sensazioni. Un predisporsi.




martedì 11 aprile 2017

La parola ora è RESPIRO.
La parola è organizzazione.
PROFUMO.
Le parole sono SONNO, impegno, CURA.
Si può aggiungere cambio, rinnovo, VISIONE. Avventura.
E certamente SCELTA.

sabato 18 marzo 2017

Un INVERNO INFINITO sembra aver finalmente chiuso la valigia e aver imboccato la via dell'ALTROVE, allontanandosi lento e depositando una SCIA in cui si specchia ancora il cielo di notte.
Ora è un totale RISVEGLIO.
Di suoni e luci e temperature e corpi e pensieri.
Non mi ero mai sentita tanto allineata con le stagioni.
Questa primavera è una RISPOSTA.

lunedì 19 dicembre 2016

And so this is Christmas

Settimana di Natale.
Periodo che amo, mese che amo, eccetra eccetra.
Sono momenti di grande riflessione e anche di grande ispirazione.
Qualcosa è entrato in circolo: nelle gambe voglia di camminare, nelle mani tanta voglia di fare e un gusto per la bellezza che sovrasta ogni livello passato. Parlo di immagini, progetti, realizzazioni e creazioni. 
Fotografia, stoffe, cucina, scrittura.
Scopro nuovi mondi, sento e vedo contaminazioni, scarto tutto ciò che non m'interessa, che mi abbrutisce, e mi dedico solo a chi e a cosa merita attenzione.
Le feste invernali sono fatte per stringersi e darsi calore. Mi piace avere ospiti per il té, curare la tavola, preparare dolci, scegliere gli infusi. Le cene e i pranzi sono una sequenza infinita. Il té è il rituale di un momento che scorre lento e indugia sui dettagli più morbidi: una caldela profumata, una biscottiera in vetro con stelle di cioccolato, cantucci alle mandorle e cookies, uno strüdel leggero su un piattino decò.
L'aria fuori è frizzante sulla pelle, l'atmosfera mi riporta ogni anno alla mente quella evocata in Lettere & meraviglia, gli indumenti sono pesanti e le luci bellissime. 
Mi manca solo un caminetto dove scaldarmi rientrando in casa.
Fuori ci sono anche tragedie strazianti che non riesco a concepire con la mente o a contenere nelle braccia, talmente più grandi del mio piccolo mondo che tanto difendo da calpestarlo e incenerirlo come la cosa più trascurabile. Eppure io mi attacco e difendo questo microcosmo e parlo tanto di bellezza anche per sopravvivere ad un quotidiano che ha in serbo morte e catastrofi più del tollerabile. 
La leggerezza a volte regala una grande forza, è un'arma di pulizia degli occhi e di resistenza, sostiene contro il vento che ci investe tutto il tempo, permette una tregua.
Perciò coperte di mohair, scorte di libri da leggere, quaderni fatti a mano, pacchetti sotto l'albero e biscotti nel forno. Orsi di pezza, scatole di tè, lucine dorate, dipinti e incisioni alle pareti, foto da scattare e da guardare, musica da ascoltare, film, sciarpe al collo, creme alla rosa per le mani, caffè bollenti, chiacchiere, mercatini, sformati e focacce, abbracci, camminate veloci, vetrine decorate, sorrisi, liste e propositi per il nuovo anno, ghirlande, sguardi, intese...




(una delle magnifiche scoperte di questo periodo)


lunedì 10 ottobre 2016

 
 

ph. pati vargas, brian stowell, unknown

Era il silenzio a sconvolgermi. Sempre. 
Ospite in quella casa così spesso che avrei dovuto sentirla mia. 
A piedi nudi su quelle terre così tante volte che avrei potuto riconoscere ogni orma, sentirmela aderire sulla pelle. 
Sterpaglia, sassolini pungenti. 
Accadeva in effetti ma permaneva un'inibizione di fondo, un vago umore tremulo che non mi lasciava l'addome. Lo avvertivo da bambina e ancora era lì. 
I suoni domestici attutiti, quelle porte mai varcate, gli sguardi benevoli e mansueti di tutti, persino degli animali. 
Erano luoghi selvaggi e ambienti datati eppure tutto tratteneva una quiete apparente, un mistero intuito, un segreto nascosto. Che cos'era che non mi dicevano? Che si tacevano tutti?
E quelle acque del lago, una trasparenza nera, un fondale celato da metri e metri di tessuto liquido insondabile. 
Che storie c'erano sotto le acque, lungo le strade polverose, nella foresta, alla tavola calda, l'unica di quella zona, con il caffè più buono che avessi mai provato ed il distributore di benzina di fronte? 
E che cosa c'era in quella camera che lo zio teneva sempre chiusa in cui, ne ero convinta, si trovavano tutte le spiegazioni?




venerdì 7 ottobre 2016

Ottobre

Continuo a perdermi nelle pagine di questo libro. È una coperta calda e morbida che mi propone un linguaggio conosciuto, parole che so comprendere, frasari che sento, azioni che sono anche mie. Mi conforta in questo primo ottobre di pioggia, autunno improvviso, malanni, e piccole modifiche alla casa. 
Mi sento come quella volta in cui stavo male e mi sono infilata sotto una coperta a leggere Cime tempestose da capo a piedi. Anche quel giorno pioveva.
Quando i mobili cambiano posizione, anche solo temporaneamente, e in più fuori è  tempesta, il disordine esterno mi riordina. È ancora così dopo anni, è ancora così dopotutto.
Sono giornate dal sapore specifico, è il mese dei morti, delle persone perdute lungo la strada, e mi ritrovo a leggere di Fred nella malinconia di Patti e mi ritrovo ad ascoltare Nick Cave - nell'ultimo album ma avrebbe anche potuto essere un altro dei suoi - sussurri, suoni e fruscii di quest'uomo, questo genio sensibile, interessante e tenebroso, ultimamente sulla bocca di tutti per aver perso un figlio e per aver sublimato il dolore nella composizione, nell'espressione, documentate in un film.
Penso ai miei morti. Ai nonni, ai parenti, ai conoscenti, agli amici. Mi accompagnano sempre tutti. Le perdite più vicine bruciano ancora di un'emotività epidermica, ma le due più lontane portano il marchio di ogni perdita successiva. Un cugino e un'amica, adolescenti loro ed io.
Sono finiti nelle mie visionarie poesie di ragazza, li immagino ancora seduti a discutere dei miei movimenti sui cornicioni dei palazzi, hanno abitato per lungo tempo i miei sogni. Hanno determinato ogni mio passo da allora perché hanno dato un significato all'autocoscienza, all'andare del tempo, all'accorgersi di ogni momento. Hanno prima sconvolto e confuso le direzioni, hanno reso reale e quasi tangibile una dimensione in precedenza solo vagheggiata. Non sono andata a nessuno dei due funerali. È iniziata una seconda parte della mia vita.
Sono giorni di sensibilità scoperta, come sempre ma anche più del solito, e capitano coincidenze di letture e ascolti che sembrano unificare le esistenze. Mi salgono agli occhi certe immagini di Terrence Malick e penso che tutto ha un senso ma anche che non ha senso niente in questa stramba vita che ci tiene separati e all'oscuro...

Continua a piovere, continuo a sentire le gocce sul tetto. Riprendo tra le mani il libro e torno a mettere i piedi nelle sue impronte.





October and the trees are stripped bare
Of all they wear.
What do I care?
October and kingdoms rise
And kingdoms fall
But you go on
And on.


lunedì 26 settembre 2016

gli attori



Gli attori sono sporchi.
Sporchi dei personaggi che si portano addosso. Sporchi di vita e di palchi.
Vivono di memoria. La serrano per non disperderne un grammo, ne abusano poi la rilasciano come fiato da un palloncino, per fare vuoto da riempire.
E vivono di dimensioni, capacità di adattamento, con una bussola interiore che ha percezione viva dei luoghi, li sentono sulla pelle, stabiliscono un'intesa che gli permette di abitarli e loro rispondono contenendoli, sostenendo le fisicità, amplificando le voci.
Muovono una loro danza con le luci, gli attori. Chiamano e invocano bagliori e riflettori, per crescere e rimpicciolire nelle ombre, per nascere e morire.
Le frasi fuori dal palco sono docili e incompiute, tutte da costruire, gravide ma senza copione, stordite, colte di una cultura alta, difficile, simbolica, di quelle da penetrare e possedere.
Sono affascinanti gli attori, tutti, anche quelli brutti. Hanno l'esperienza dei nomadi, la varietà dietro le pupille, la silente sfrontatezza di chi tiene la ribalta, di chi ha aneddoti nella sacca.
Sono una tribù che attraversa lasciando il bagaglio agli spettatori.

ph. MS_Jansi

venerdì 23 settembre 2016


ph. Ole John Aandal

Il caldo a volte sapeva prendermi la pelle meglio di un uomo.
Mi attraversava, virava il mio stato verso l'inquietudine, scopriva la voglia di osservarmi.
Ero in attesa di qualcuno lungo la strada, aspettavo in macchina guardandomi nello specchietto, percorrendo quanto potevo vedere con indugio, il dettaglio dei capelli schiariti dal sole, ora rossicci, il profilo della mandibola, il lobo dell'orecchio. 
Sfioravo in punta di dita, saggiavo forme e reazioni.
Era la temperatura della sera, ancora bollente in quella parte di città. Un paio d'ore prima della cena, che forse avrei consumato in compagnia.
Le donne non si piacciono mai. Sono severe come credono siano gli uomini nel guardarle. Eppure c'è un'intuizione che serpeggia e ci dà accesso ad una conoscenza profonda di noi stesse, rendendoci attraenti in qualche modo. In fondo non ci cambieremmo con altre.
Era già autunno ma l'estate rimaneva sciogliendo le giornate in momenti come quello, che creavano aspettative.

martedì 13 settembre 2016

Sulla strada di casa

Sulla strada di casa la mente dilata pensieri incongrui, li lascia vagare per i cieli e intorno agli alberi che sfilano e passano come ogni cosa.
Guido e guardo e rifletto, sulla strada di casa, tutto si annida e distende con l'andare. È fine giornata, il tema musicale è distensivo, penso a come vorrei essere più docile e onnicomprensiva, saggia quanto i miei anni lo permettono, viva quanto la mente mi concede, tuttavia anche capace di un punto di vista più alto, lontano dai confronti, più sicuro, come sono sempre stata e come in fondo sono ancora ma non del tutto in questo momento. Si sono sommate temperature e umori che fatico a disperdere, le mie onde medie sono disturbate, sto ancora componendo un collage che manca di equilibrio e quello che metto da parte è più di quanto consumo e faccio. Devo trovare il ritmo. Devo trovare il ritmo.
Sono propositi settembrini quelli che appunto in una lista trasparente mentre le ruote vanno tra curve e salite, moniti che sgusciano da espedienti quotidiani, piccoli fatti che portano piccole sensazioni cui dare e non dare importanza. Tutt'intorno è una pulsazione continua che a volte rasserena e più spesso fa paura, la natura, gli uomini, queste grandi complicazioni cui siamo giunti e che non basta più un temporale a dilavare...
Mi serve il suono del faro che non suona più.
La strada di casa mi offre un po' di tempo, un po' di spazio mentale. C'è un albero che saluto con un cenno del capo, mentre lascio il mare alle spalle, mentre vagano frammenti di immagini e fraseggi e intenzioni, c'è ogni volta un diverso cielo e un diverso tramonto di luci e nubi e colori, c'è la casa che aspetta e l'autunno in arrivo e tutto quello che non so ancora e che forse mi sorprenderà.


mercoledì 6 aprile 2016

Le nebbie ci trattengono in una primavera nebulosa e intimamente fredda, che non sa farsi ribelle e non sa scoprirsi da questa coltre bianca, stesa sul mare, sulle luci della città e sulle campagne, tanto affascinante quanto fastidiosa.
Ma noi comunque ci muoviamo e mettiamo il naso nell'aria a cercare i profumi, a testare gli umori, proviamo a guardare lontano.
Il periodo si fa pregno e denso, si balla attorno ai progetti, ai linguaggi, si torna all'arte e alla parola, si costruiscono ponti effimeri per vedere chi li attraversa, per trovare una tribù che non sia soltanto social, per capire quanto c'è da dare, da prendere, da fare e se si hanno tempo, forze e qualità.
Le nebbie viaggiano indolenti ma noi guardiamo oltre, o almeno ci proviamo.

disegni Tino Vaglieri

martedì 19 gennaio 2016

Sera. Musica lieve. Momenti. Pensieri liquidi, l'immediatezza di un'immagine, lasciar andare le tensioni nelle spalle, respirare il profumo di mele dal forno. Sentirsi.

Ne avevo di attimi così, a mente libera, capace di ascoltare, trattenere il tempo, cogliere il frusciare tiepido e volatile. A volte mi ritrovo e mi sembra tanta e immemore la distanza, tanto che giro in tondo e non mi fermo, tanto che non rilasso il collo e le braccia.

Come un bianconiglio, ora, riemergo in segmenti e frazioni, e ho sempre in mano un orologio che segna un tempo affamato e vorace. Tempo che scade, tempo che trova tempo e trova parole, lettere e suoni, piano, sottovoce, senza fare rumore.

mercoledì 4 marzo 2015

Arriva, primavera, arriva! 
Non tanto per una questione di caldo, o di alberi fioriti, ne' di cieli tersi o di abiti leggeri. 
Più che altro per via della luce.
Io amo l'inverno, il freddo sulle guance, sciarpe e cappelli, il calore dei maglioni, ma quest'anno ho sofferto di più il buio, la sera presto, la notte fonda. Ho scoperto un gran bisogno di luce, più ore illuminate fanno la giornata più lunga, più energica, con angoli meno nascosti e minori paure e tremori. Meglio poi se è poca anche la pioggia, perché ne è già scorsa tanta, perché abbiamo voglia di uscire e camminare, perché in certi momenti della vita il sole è un carburante, ci spinge avanti, ci dà da fare. 
E quando affrontiamo cambiamenti, è più facile se sono tutti insieme, un cambio di scenari e un cambio del sonoro, un cambio d'occhiali e un nuovo taglio di capelli, una ventata fresca e gonfia di serenità.

giovedì 29 gennaio 2015

Lunghe assenze, nuovi ritmi, nuovi amici del mattino, pettirossi che si affacciano e occhieggiano tremolando in giro e poi svelti volano via; ore piene e al contempo più vuote, microsonni e vagheggiamenti, progetti in stand by perché tutto ha misura giornaliera, scrivere è una forma di appunto sparso, mentale e il tempo è scoprire una nuova dimensione, prendere confidenza, capire il cambiamento.
Ho faticato sempre nei momenti di rodaggio, nei passaggi da un ordine a un altro, perché mi affeziono alle abitudini, tengo molto alle mie saldezze; però comprendo che nuove abitudini sovvengono alle vecchie e trasformano il quotidiano in nuova vita, che è un nuovo mondo, altrettanto mio.
Il freddo della “merla”, l’unico davvero invernale, quello che amo sentire sulle guance e tendere la pelle, arriva e subito se ne andrà purtroppo, per lasciare spazio alle solite umidità diffuse che almeno un tempo echeggiavano il suono caldo del faro, ora non più.
Prendiamo quello che viene, vediamo cosa porta il giorno dentro la sua routine scandita e naturale, proviamo a indovinare quello che sarà, scattiamo foto, guardiamo con occhi nuovi in diverse condizioni di luce, teniamo il passo. E intanto se n’è andato anche gennaio.



giovedì 27 novembre 2014


Nebbie. Brume, foschie. E' lo stampo di Novembre anche se fa ancora troppo caldo. Non corrisponde la temperatura ma resta almeno l'estetica di una stagione.
Ci siamo immersi nell'umida campagna autunnale per tutto il fine settimana, dalle Marche alla Toscana, in cerca di visioni di vitigni rossi e vicoli di borghi antichi, in cerca di sapori intensi, per fissare ricordi, per avere racconti, semplicemente per camminarci accanto dentro cambi di scenari che fanno sempre bene, donano energie.
Poi siamo rientrati. Gran parte del lavoro alle spalle, la testa presa da altri svolgimenti, dai futuri cambiamenti, ancora qualche evento fin verso la metà del mese e poi il Natale, spero quieto e scintillante, come sempre mi piace.  E' una ricerca volontaria quella del calore, della bellezza, della cura in questo periodo.
Non sono una persona cinica ma neanche melensa, però le festività che si avvicinano, il senso di sospensione che regalano, la preparazione che prevedono le amo e mi scaldano, stendono bande morbide di rosso e panna tutto intorno, mi ricordano come le vivevo da piccola o da adolescente, con i film in tv e le pubblicità tipiche, con le tradizioni tutte personali della mia famiglia abituata a stringersi per darsi tutto l'affetto.
Salgono i profumi del cioccolato e dei dolciumi, la voglia di dedicarmi ai regali lavorati più che comprati, il gusto di mettere su Billie Holiday o Frank Sinatra, di fare il nostro albero di legno verde, essenziale e speciale, di disporvi i pacchetti elaborati, belli, personalizzati, di scrivere nuovi quaderni, di trovare ovunque sensazioni di complicità.
Fa parte di me. Lo sento arrivare e ogni anno faccio spazio per accoglierlo, ci sguazzo dentro, ora carica di pensieri e progetti e propositi per gli anni in crescita che verranno, pieni di significato, anche se la frase è criptica come spesso le mie qui su questa bacheca che punta foglietti con gli spilli sulle pareti del blog.
Una volta ero più diretta forse, i miei post erano più freschi e condivisibili, è uno strano spazio questo mio di Altrove ora, dove in pochi commentano perché le mie immagini sono quasi accenni tra me e me. Ma le cose cambiano, i tempi spingono all'attenzione, e in fondo spero che chi legge trovi sentieri suoi tra i miei, scrittura in cui vedersi, dissertazioni sensoriali cui affacciarsi con qualche istinto di comprensione, di affinità.
Chi mi conosce poi sa leggermi tra le righe e capire anche dove non dico, allineato, connesso, aperto.